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Essere individui fortemente empatici ha un prezzo

Psicologia

Essere individui fortemente empatici ha un prezzo

ESSERE INDIVIDUI PROFONDAMENTE EMPATICI HA UN PREZZO

Essere tra le persone con questa caratteristica significa assorbire anche ciò che non ci appartiene.
Significa vedere, “sentire” gli altri, comprenderli, cercare spiegazioni anche quando non ce ne sono.
Tante volte giustificare l’ingiustificabile.
Restare accanto quando sarebbe più semplice andarsene.

E, soprattutto, offrire riparo anche a chi entra nella nostra vita non per costruire e portare armonia e tenerezza, ma per portare rigidità e disordine.

Per molto tempo ho pensato che comprendere le dinamiche altrui fosse una forma di amore.
Di recente la vita mi ha insegnato che non sempre è così: a volte comprendere troppo significa dimenticare se stessi.

Si impara, spesso tardi, che non tutti vogliono essere visti davvero. Che la maggioranza vive di rapporti superficiali e di spicciola convenienza.
Alcuni vogliono soltanto essere ascoltati, accolti, sostenuti.
Vogliono con te un palcoscenico, non un abbraccio, un vero incontro.

E qui arriva una delle lezioni più difficili da imparare: dare tanto amore non insegna necessariamente dí più.
È facile che insegni soltanto agli altri ad aspettarselo da te.

Così la disponibilità diventa scontata.
La cura diventa un dovere.
La presenza diventa qualcosa che si pretende.
E quando finalmente dici “non posso”, “questo modo mi fa male”, improvvisamente sei tu quella difficile.

Poi, però, arriva un momento in cui la nebbia si dirada e cominci a vedere gli altri per quello che sono,
non per quello che avevi bisogno che fossero o che ti avevano mostrato all’inizio per carpire la tua fiducia.

E allora smetti di interpretare ogni silenzio.
Non vuoi più trovare giustificazioni alle assenze, alla mancanza di interesse a intermittenza.
Non trasformi più ogni distanza in un enigma da risolvere.

Una telefonata persa è semplicemente una telefonata senza risposta.
Una rabbia sproporzionata capisci che racconta i limiti di chi la esprime, non necessariamente qualcosa che hai fatto tu.

E finalmente il tuo cuore smette di sentirsi responsabile di tutto.
Della freddezza degli altri.
Delle loro contraddizioni.
Delle loro incapacità di esserci e dedicare tempo a entrambi.

Questa, per me, alla mia ormai matura età, è stata una conquista enorme: capire che non tutto ciò che accade agli altri deve diventare un peso da portare sulle mie spalle.
E che l’empatia, se non ha confini, può trasformarsi in una forma sottile di abbandono di sé.

Perché capisci che l’affetto non è un premio da distribuire a chiunque.

È un luogo sacro.

E un luogo sacro ha sempre una soglia.
Ha una porta di accesso.
E, soprattutto, ha bisogno di qualcuno che scelga chi può o meno entrare.

Non perché si diventi più duri.

Per essere diventati più lucidi.

Perché arriva per ogni persona particolarmente empatica quel giorno in cui non ti chiedi più:
“Perché mi ha trattata male?”
“Cosa ho detto di sbagliato?”
“Perché non riesce a vedermi?”

E ti chiedi soltanto:
“Questa persona, nella mia vita, sa davvero esserci?”.
“Ha mai voluto conoscermi al di là dei suoi bisogni?”.

E da quel momento cambia tutto. Non cerchi più chi torna o non torna.
Scegli chi decide davvero di esserci e di restare. Chi rispetta i tuoi tempi e sa darti la presenza che meriti.

E forse è proprio questa la forma più adulta della tenerezza: non smettere di “sentire” l’animo altrui, di metterci un grande cuore,
ma imparare finalmente a non lasciarlo a disposizione di chiunque.

Camilla Costa